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Nell’antica Grecia, perché la bellezza scendesse sulla terra occorreva che una divinità ispirasse l’uomo. Secondo l’Antico Testamento, invece, ad animarci è un soffio vitale intangibile ed essenziale, dono del vero Dio. Sia l’arte, sia la psiche giungevano quindi da lontano. Forse perché si trattava di cose troppo preziose per pensare che fossero di questo mondo. Ci sono voluti secoli per appropriarcene, ma ora sappiamo che l’arte dipende da noi e che psiche rimanda alla nostra personalità e alle funzioni biologiche del cervello. E questo ci porta a formulare una domanda: in che rapporto stanno tra di loro? Vittorino Andreoli ce lo spiega attraverso la lezione dei grandi maestri, rispondendo a un ulteriore interrogativo: può un paziente psichiatrico essere un vero artista? Follia e bellezza sono compatibili? La vicenda di Carlo Zinelli, schizofrenico grave seguito da Andreoli negli anni Sessanta, ha ribaltato la concezione diffusa all’epoca. Il “matto” non ha bisogno che la malattia gli dia tregua per dipingere. Arte e follia sono compatibili. E oggi le opere di Zinelli – amate da Jean Dubuffet e da André Breton – figurano tra i capolavori dell’Art Brut.
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